C’erano una volta la Mafia, lo Stato ed il cattivo gusto…

C’è una cosa, in Italia, che si chiama cattivo gusto.

E c’è una cosa, che in Italia si chiama mafia.

C’è persino un’altra cosa, in Italia, però non tutti credono ci sia effettivamente, e si chiama Stato. Quest’ultimo è il capro espiatorio dei peccati del popolo, che è portato a fare le veci di vittima e di carnefice a settimane alterne.

Si tratta del padrone assenteista, dell’avatar moderno del nascondino, del calcinculo rotante nella giostra dell’Europa Unita.

Già prese singolarmente, queste tre cose sono, per l’italiano, motivo di vergogna.

Quando poi si sovrappongono, l’abitante dello stivale si sveglia dal torpore di fine campionato calcistico e s’indigna, manifesta, si alza in piedi dalla poltrona di cadaveri sulla quale ha le chiappe comodamente poggiate per gridare il suo dissenso, prende sottobraccio il vicino di casa che fino a ieri era il nemico solo perchè tifoso di un’altra squadra – calcistica o politica fa poca differenza – per creare un corridoio umano nel quale far passare i feretri dei morti.

Oggi è successa una cosa molto grave, due ragazze hanno perso la vita.

E noi sappiamo inarcare le sopracciglia, tirare fuori il labbro inferiore e piangerne la scomparsa solo per un attimo, prima di chiederci “Chi è stato?”.

Abbiamo abbandonato le famiglie delle vittime a farsi l’unica domanda che vale la pena di porsi, ossia “Perchè?”.
Abbiamo organizzato cortei, manifestazioni, lo zoccolo duro della finta lotta alla mafia ha rispolverato gli slogan che ormai da troppo erano chiusi in solaio, i ragazzini hanno felicemente rinunciato ad una giornata di scuola, i genitori si sono fatti promotori della lealtà sociale, la chiesa ha pianto i defunti.

E domani?

Domani si torna a scuola, gli slogan torneranno in solaio, i preti continueranno a dare la comunione alle persone con i nomi ingombranti perchè, diciamocelo, i mafiosi sono i migliori fedeli, specie per quanto riguarda l’acquisto del merchandising. Non se ne vende di più nemmeno ai concerti di Vasco Rossi.

Ecco cosa succede quando lo stato ci lascia soli e ci sfrutta.

No, ma che dico, è stato un attentato mafioso!

Ma che mafia e mafia, è stato lo scherzo di un ragazzino, che voleva fare il rivoluzionario, finito male.

La verità non si sa, e non si saprà mai, perchè in Italia sono cinquant’anni che funziona così.

Però intanto manifestiamo, dai, gridiamo il nostro dissenso, che durante il resto dell’anno resta ben celato, nei confronti di questo o quel colpevole.

Troviamo il mostro, oggi, andiamo con torce e forconi al suo portone, sputiamogli addosso, copriamolo d’insulti.

Urliamo “STRAGE DI STATO” come se stessimo chiedendo un rigore allo stadio.

Ma quale strage di stato?
Oggi sono morte due ragazze. Due ragazze che dovevano essere vive.
Sappiamo solo stumentalizzare due cadaveri per farci belli agli occhi di chissà chi.
Lasciate stare quelle famiglie, non mettetele in mezzo, fategli vivere il loro lutto in pace…hanno già sofferto troppo per farsi prendere anche in giro da chi vuole visibilità facile.

Oggi mi fa schifo leggere “E adesso ammazzateci tutti”, proprio come mi faceva schifo il 19 Ottobre del 2005.

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Puffi malefici alle due, il fascino dello scorpione, il fascino dell’errore

Sto ricambiando lo sguardo un puffo malefico con le mani insanguinate che mi fissa dal muro alla sinistra del mio letto.
Oddio, non che mi stia davvero guardando, è profondamente strabico e nessuno dei due occhi punta a me, però sembra arrabbiato con il sottoscritto.

Forse perchè è circondato da scritte che annunciano il primo live degli All The Rage, la band distruttasi in un cumulo di macerie, cenere e puzzo di morte e desolazione qualche giorno fa. O forse, semplicemente, le righine che segnano la piegatura a quattro del foglio sul quale è stato stampato gli danno fastidio alla pelle e vorrebbe che lo stirassi un po’.

Non lo so, ma sembra arrabbiato, e non augurerei mai a nessuno, nemmeno al mio peggior nemico, di farsi guardare così.

Altri due occhi, invece, disegnati da me su un foglio a righe appeso sull’armadio di fronte al letto, mi ricordano che sono le due, come se l’orologio ticchettante preso da Ikea non me lo dicesse incessantemente da ormai undici minuti.

Saranno le due per almeno altri quarantanove minuti, poi quegli occhi rossi smetteranno di aver ragione.

Si può smettere di avere ragione?
Voglio dire, cosa porta un essere umano a pensare di poter avere ragione un attimo prima, mentre l’attimo dopo ogni certezza crolla, facendo in modo che si cominci a chiedere “ma cosa cazzo avevo in mente?”.

E’ un po’ come quando sei convinto di aver avuto un’idea geniale, e poi nella fase di “sobering up”, cominci a capire che devi seriamente smetterla di comprare quel vino economico sotto casa, un po’ come il Lambrusco Amabile che Luca ogni tanto mi costringe a bere, se ti fa avere questi lampi di genio momentanei.

Luca, te lo voglio dire qui, quel vino fa veramente schifo. No hard feelings.

Però fa parte dell’essere umano fare errori, e proprio come io continuerò a bere quel vino, Luca continuerà a comprarlo, le persone continueranno a toccare il piatto anche se la cameriera li ha avvertiti che lo stesso è bollente, i bambini continueranno a mangiare la terra, le suore continueranno a trastullarsi tra i banchi delle chiese, i timidi continueranno a fare gaffe, le brave ragazze a dare appuntamento a quei ragazzi stronzi che le faranno soffrire.

Errare è umano, perseverare pure, non diciamoci puttanate.

L’errore a volte affascina, come quella storia dello scorpione e la rana.
Lo scorpione che deve attraversare il fiume e chiede alla rana di aiutarlo, la rana che sa benissimo che lo scorpione la pungerà ma si lascia convincere e lo aiuta lo stesso, lo scorpione che ovviamente la pungerà facendo annegare entrambi.
E’ nella natura dello scorpione pungere, è nella natura dell’Uomo sbagliare.

Io mi sento sempre più scorpione e sempre meno rana.
Mi fido sempre meno e sbaglio sempre più.

Buon fine settimana, gente.

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SOS – Sono Oltremodo Stanco

La fine è quasi sempre un nuovo inizio.

Quasi.

Perchè quando le “fini” si susseguono in maniera violenta, come una pugnalata al cuore seguita da nient’altro che una pugnalata al cuore più forte e sanguinolenta, allora il nuovo inizio è difficile da vedere, anche se, come sempre, forse siamo solo troppo vicini al puzzle.

La mia band si è sciolta.

Quando si è all’alba di una serata importante, che potrebbe rappresentare quel ricco e banale clichè del treno che passa una volta nella vita, non si può mandare a puttane il lavoro di anni e anni.

Mi sforzo di capire le possibili motivazioni.

Magari c’è chi ha paura perchè una cosa così grande è difficile da realizzare a pieno, perchè ci si trova davanti alla partita decisiva e piuttosto che perderla si preferisce non giocarla proprio.
Infondo, se la giochi puoi fare brutta figura, non puoi incolpare nessuno se non te stesso se le cose non sono andate come ti aspettavi, mentre se non la giochi puoi usare quelle classiche scuse vecchie ma confortanti, tipo che avevi la febbre o che quel tuo zio malato è morto, magari per la terza volta in un anno.

Potrebbe anche essere, invece, che semplicemente non si vuole iniziare una cosa grossa con un gruppo di persone che ti hanno già deluso, e che magari ti hanno fatto passare la voglia, come quando non vuoi fare un regalo costoso alla tizia con cui vuoi rompere (How i met your mother docet), o quando non vuoi andare a cena con una bottiglia di buon vino da quegli amici di vecchia data che frequenti solo come tali, perchè se li incontrassi adesso non gli daresti mezzo sguardo.

Io, sinceramente, mi sono stancato.

Sono oltremodo stanco.

Cantare per me è nella top cinque delle cose importanti, subito dopo la Sfigantessa e mio nipote (quindi la mia famiglia a seguito) e appena prima della pizza e di questo blog.

Però ho deciso, voglio una pausa.

Non ho voglia di mettermi a trovare una band, aspettare quei cinque o sei mesi che ci vogliono per stabilizzarsi e livellarsi con gli altri membri, giusto per poi vedere dopo qualche settimana che si torna punto e daccapo, con i soliti scazzi, le solite scuse, la solita storia.

E io perdo il mio tempo, perdo i soldi spesi in sale prove, ma peggio che mai, perdo la speranza di potermi divertire suonando, senza pensare ad altro.

Mi sento in un vortice di negatività e faccio solo cazzate.

Sono oltremodo stanco.

Qualcuno venga a salvarmi ora.

S.O.S.

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Ritagli di canzoni #4 – Una finestra sulla costa Jonica

Oggi, mentre ascoltavo la riproduzione casuale mattutina del mio iTunes, il buon fato elettronico ha deciso di far passare questa canzone, che conosco grazie alla Sfigantessa, vista la mia scarsa o comunque non approfondita conoscenza della musica italiana contemporanea (mea culpa d’obbligo).

Ricordo che la prima volta che mi fece sentire questo pezzo, la mia mente vagò verso sud, riportandomi alla mente, scenetta per scenetta, quanto ogni strofa della canzone fosse applicabile ad un qualsiasi paesino della mia Calabria, nonostante Carmelina parli di Catania.

Al mio poi, ci calza a pennello.

Ad esempio, capita sempre di essere al bancone del bar del centro, il classico baretto “IN”, quello dove si raccoglie la crème de la crème del paese per essere messa nei bomboloni.
La mattina di domenica c’è la fila per le paste “più buone della Locride”, dove la signora ed il signor Arrinisciutu sono sempre primi in fila, lui che continua a sbuffare e a ripetere che sono in ritardo, e lei con la finezza di un camionista ubriaco alle tre del mattino, che fino all’altroieri non sapeva manco cosa fosse la tinta dei capelli, ma che da quando il marito ha preso quel grosso appalto è sempre perfetta ed in ordine, sebbene la sua finezza deficiti anche nel vestire.

Il leopardo è sempre presente, ai piedi le Hogan, trucco pesante e orecchini che ti fanno ritrovare a chiederti se non le si possano staccare i lobi da un momento all’altro.

Per farvi un altro esempio, passando dalla piazza, trovi quelli che sono sempre la.
Non si sa nemmeno se hanno più una casa.
Ci sono i fratelli Parimai, che sono cresciuti in due diversi gruppi di amici per tutta la loro vita, ma che si ritrovano da soli ora che gli altri sono diventati “grandi” spostandosi per l’università, mentre loro sono fermi li, senza possibilità di fare nulla, forse per colpa delle loro stesse scelte sbagliate.

I fratelli Parimai sono strani.

Uno è alternativo, piercing, tatuaggi, strano taglio di capelli e tinta pastello. L’altro invece, è il classico tamarrozzo, scarpe Paciotti “Quattr’ussi” ai piedi, bomberino argentato con coniglio squartato sul cappuccio e di pastello lui ha i pantaloni. Rossi, con un maglioncino verde pisello sopra.
Ora che sono da soli, la loro diversità, che li ha divisi per tutta la vita, non conta più nulla. Stanno seduti sulla panchina della piazza, a volte parlano, ma dopo che ogni giorno stai con la stessa persona, di nuovo e di nuovo, per tutto il tempo, cominci a stare in silenzio. C’è solo un certo numero di argomenti da trattare prima di sentirsi soli anche in mezzo alla gente.

E poi c’è chi guarda.

C’è chi osserva, fa una faccia strana, come a dire “MAH!”, e appena te ne accorgi gira lo sguardo.

Giù da me c’è chi non condivide quello che fai, giù da me c’è chi ha chiuso le porte in faccia alla cultura, giù da me c’è chi non è mai uscito dalla sua zona di salvezza, quei 20/30 chilometri di diametro che formano la sua vita.

Giù da me c’è chi combatte per avere ciò che gli spetta, anche se la vita, la gente, la burocrazia sembra prenderci sempre più gusto a toglierglielo da sotto il naso.

Giù da me c’è un gruppo di ragazzi che non si vergogna di urlare la propria diversità dai canoni classici del calabresotto du paisi, che non si vergogna di dire che quello che voi, qui, su al nord, pensate o sapete di noi, è tutto solo un clichè di un secolo fa.

Giù da me ci sono imprenditori onesti che brillano come stelle in un cielo scuro, fatto di appalti truccati e di cognomi ingombranti, e nonostante questo ci si diverte a vederli umiliati e presi a bastonate dalle banche, dai comuni, dalle regioni, dallo stato.

Giù da me qualche imprenditore onesto, ha cominciato a credere che forse essere onesti non paga, mentre il crimine strappa assegni a sei zeri.

Giù da me ci sono sindaci che credono che basti organizzare una festicciola di paese al mese per farsi amare dalla cittadinanza…ci credono stupidi, forse.

Una cosa che giù da me però c’è, e non mancherà mai, è l’orgoglio.

Perchè si, io sono a Milano da quattro anni, e scendo nella mia Siderno giusto per le feste, ma ogni volta che vedo, sento, leggo di qualcuno che parla male della mia terra, divento una bestia. Una macchina costruita per sputtanare quei quattro deficienti che si sono convinti che la Calabria sia senza speranza.

L’orgoglio di vedere le lacrime negli occhi dei miei compagni quando gli faccio assaggiare la nostra ‘Nduja, l’orgoglio di ubriacarli con qualche bicchiere del nostro vino di casa.

L’orgoglio che mi porta a non nascondere il mio accento, ma a tenere stretta a me quell’inflessione che mi segna il cuore.

L’orgoglio di riconoscere chi ha il mio stesso modo di parlare, e di sentirmi tutto ad un tratto in Piazza Portosalvo anche se sono davanti al Duomo.

L’orgoglio di poter dire ai milanesi che il caffè non è cazzo loro farlo.

L’orgoglio di poter dire che io sono Calabrese anche se il mondo intero vorrebbe che io me ne vergognassi.

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La bolla, protegge la folla dalla paura di colla, taci e decolla

Mi piacerebbe svegliarmi in una bolla.

Protetto da ogni sorta di agente esterno, climatico e non.

Protetto da chi mi ferma per strada, con in una mano una cartelletta ed una penna nell’altra, e mi chiede qual è l’ultimo libro che ho letto, ricordandomi che il tempo per leggere qualcosa che non riguardi l’università ormai è sempre più scarso, e che devo ritagliarmi cinque minuti a inizio giornata, perchè non mi vergogno di dire che dopo tutto il giorno sui libri, la sera non ho tanta voglia di aprirne un altro, sebbene sia per piacere personale.

Protetto dai saluti ordinari, di facciata.

“Ciao, bello mio, come stai? Che si dice?”

Lo sai tu come lo so io che non te ne fotte un cazzo di che si dice.
Per dio, quasi non fotte a me, figuriamoci!

Però è educazione, è una lezione che ci assale la mattina a colazione, con le madri intente a scaldarci il lattuccio, poco dopo l’alzataccia dal nostro caldo e sicuro lettuccio, cominciare poi la giornata con in testa un cappuccio per nascondere le idee spettinate dentro, un paio d’occhiali da sole per le occhiaie di cui ci vergognamo, per gli occhi rossi con cui ci risvegliamo e che non vanno via finchè non li richiudiamo.

Protetto dai Tizi che “lavorano” per GreenPeace, almeno per quei quattro stronzi che ho incontrato io. Che ti danno un adesivo contro l’Enel, dicendoti “lotta!” e roba tipo “è il tuo futuro, il nostro futuro!”, ma non sanno spiegarti per cosa stai lottando, contro chi lo stai facendo, se c’è una sanguisuga che risucchia la vita da dentro, se c’è qualcosa o qualcuno che deve farti spavento, se in realtà è tutto solo un paravento, se ti fanno tutto sotto il naso senza che tu te ne accorga.
Per di più, passano le loro serate alla Colonne, spaccandosi di canne, bevendo mentre io cammino insonne tra di loro che ballano al ritmo di una taranta improvvisata dai quaranta tamburelli e le due chitarrine a venti metri da noi.

Però una bolla non ti protegge da tutto. Una bolla scoppia, come una bomba di coriandoli ti lascia li, inerme, e tu guardandoli ti senti solo, perchè c’è gente ma la stessa gente da cui scappi quando il sole è alto, perchè ti senti sicuro, scavalchi tranquillo il muro che divide il cielo dalle nuvole, perchè il sole illumina e finchè c’è lui, è ok.

Oppure il contrario, una bolla ti protegge da tutto, anche dalle cose belle, che non vorresti perderti.

Una bolla può farti perdere il bacio mai dato, l’ultima sigaretta del condannato a morte, l’amico del cuore che ti ha mandato a fare in culo, l’odore di caffè la mattina che ti sveglia, la ragazza carina che ti saluta per strada, con lo sguardo, sposare proprio quella ragazza, nonostante tutto, nonostante tu ti senta brutto sapere che per lei la tua razza è unica, e tu, solo tu, puoi farla felice, che non è come dice il mondo intero, che devi stare attento, ma che devi buttarti in un vortice per sentirti vivo, e solo quando ne sarai uscito, tra lacrime e sangue e odore di vento, potrai veramente essere contento di poter dire “Io ce l’ho fatta!”.

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Ritagli di canzoni #3: Booooring Canterbury Tales, ovvero Le noioooose storielle di Canterbury

Per celebrare il mio ritorno ad essere in tutto e per tutto Ritagli, perchè non riprendere tra le mani una vecchia rubrica?

Rullo di tamburi, signori e signore, oggi si riapre Ritagli di canzoni!

Si, ok, forse era un po’ troppo pomposa come presentazione, ma sono emozionato, cercate di comprendermi!

http://www.youtube.com/watch?v=yFovNiXpRjg

Prima di cominciare a vagare nei ricordi, voglio dire qualcosa su questa band.

I tre allegri ragazzi morti esistono da praticamente un ventennio, anno più, anno meno. E da 8 anni circa, esistono per me. Mi hanno accompagnato in una marea di esperienze fantastiche, ed in altrettante meno belle, ma tutte che mi hanno segnato.

Non posso non invidiare la Sfigantessa, che stasera se li va a sentire, alla faccia mia.

Proprio con lei, tempo fa, si discuteva di come questa band fosse capace di farci sentire a casa. Qualsiasi cosa accada, ascolto i Tarm, e mi infondono sicurezza, coraggio. Mi fanno sentire come quando hai paura, di notte, dopo aver fatto un incubo, e la mamma viene ad accarezzarti, a baciarti la fronte, a rassicurarti.

I Tarm, per me, sono come la mamma.
Ma la mamma buona, quella dei bei momenti, non quella che ti dice di studiare o di mangiare i broccoli.

Dopo questa piccola (?) divagazione, facciamo un tuffo nei ricordi.

Uno dei primi che mi viene in mente, fu il mio mese e mezzo in Inghilterra per una soggiorno lavorativo fatto con la scuola.
Avevamo base a Folkstone, una tipica cittadina inglese a venti minuti da Canterbury e a quaranta da Londra.
Noi studenti, grazie ad un P.O.N. che ci aveva impegnato tutti i giorni di giugno dalle 9 alle 13, dovevamo andare a fare i receptionist (ho fatto l’istituto tecnico per il turismo) in alberghi della zona.
Ora, peccato che i miei professori avessero la capacità organizzativa di un comodino, cosicchè arrivati li abbiamo dovuto cercarci da soli il lavoro, finendo a fare praticamente di tutto. Ho fatto una settimana come lavapiatti, ancora come cameriere, come receptionist, come responsabile Public Relations per una…scuola guida…beh, insomma, ho fatto un bel po’ di roba.

L’esperienza più bella della mia vita, e dico davvero.

Stavamo in un albergo a dir poco fatiscente, gli ultimi clienti infatti siamo stati noi prima che fallisse, però anche quello era bello, perchè l’avevamo tutto per noi, eravamo una quarantina tra ragazzi e ragazze, appena maggiorenni quindi tutti autorizzati ad ubriacarsi, ci siamo divertiti più stando in albergo che uscendo per strada, visto che a folkstone non c’era una beata mazza.

La cosa più esilarante dell’intero viaggio mi è capitata mentre lavoravo per la scuola guida. Io e questo mio amico, entrambi assunti con lo stesso incarico, dovevamo praticamente fare volantinaggio, interviste, intrattenere discussioni con la scusa di far arrivare a questo dispenser di patenti che era il nostro “capo”, più volenterosi studenti patentabili.
Per quanto riguarda il volantinaggio, dopo un paio di giorni di fiasco, abbiamo cominciato ad appendere questi volantini per tutta l’università di Canterbury, perchè si, era li che dovevamo passare le giornate, invece di darli a gente che li prendeva solo perchè quella carta era ottima per i filtrini, o per buttarli due passi oltre nel cestino.

Li abbiamo appesi ovunque, nei bagni, nei bar, nelle aule, sul soffitto…ovunque.

Con le interviste, è andata peggio.

Abbiamo cominciato, con tutta la buona volontà, a fermare gli studenti, ma ovviamente immaginate cosa potevamo pretendere da gente che doveva andare a lezione e si sentiva fermare da due tizi poco raccomandabili, che gli chiedevano roba del tipo “cosa ti aspetti che ti dia una scuola guida”? (Le domande erano già stabilite dal boss, purtroppo).
Dopo un po’, infatti, abbiamo cominciato ad inventarcele, di sana pianta, seduti ad un bar, bevendo cappuccini e mangiando snickers.

Madonna quanti snickers ho mangiato.

Cinque ciascuno ogni giorno, ce ne inventavamo. E le trascrivevamo su un quaderno.
Ora, però, dovete sapere, che dormivamo forse un’ora a notte, e che la mattina sembravamo zombi.
Proprio una di queste mattine, infatti, dopo aver abbassato gli occhi sul mio cappuccino per, non sto esagerando, dieci secondi, ho trovato il mio collega che, dormendo, continuava a scrivere.
Mi sono gustato la scena, finchè non ha cominciato a scrivere sul tavolo perchè, ovviamente, era finito il foglio.

Dopo averlo svegliato, abbiamo controllato cosa avesse scritto e…beh, aveva molto più senso di tutto ciò che avevamo scritto nei giorni precedenti!

Forse merito del sonno ristoratore!

Fatto sta che ancora oggi, quando incontro Vincenzo, lo scrittore dormiente, ne riparliamo ridendo come matti…forse solo chi c’era, può capire.

Cazzo, sto perdendo la mano. ‘Sto post è noioso e lunghissimo…lo pubblico giusto per.

Cheppalle.

‘Fanculo.

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Perchè questo, perchè quello…che palle!

Tempo fa, avevo chiesto ai quattro, fedelissimi, gatti che leggevano, o leggono ancora, questo blog, di darmi qualche risposta ai fastidiosissimi quesiti che almeno una volta nella vita tutti ci poniamo.
Bene, preparate le trombette ed i coriandoli, perchè è arrivato il momento di farsi delle domande e darsi delle risposte.

(pausa per i festeggiamenti e le danze scomposte)

Perchè se siamo su un treno, in un vagone vuoto, probabilmente seguito e preceduto da almeno un altro vagone vuoto, ed io sono appena riuscito ad addormentarmi dopo una giornata che definire stancante è un eufemismo, tu, personaggio qualunque, mi svegli, anche in modo abbastanza rude e scontroso, per dirmi che il tuo posto è quello accanto al mio?

“EHI?! HO IL QUATTORDIIIICIII (…ORDICI…ORDICI…DICI…DICI…CI…CI…)!!!”

Ok, magari l’eco l’ho sentito solo nella mia testa, ma mi ha svegliato urlandomi nelle orecchie, a due centimetri dalla faccia.
Hai il quattordici? E ‘sticazzi sai come ci sta? Come la radio nella slitta, preciso preciso.
Ma no, l’educazione mi porta ad alzarmi, farlo sedere, vederlo occupare il suo spazio in modo poco elegante, guardarmi attorno ed andarmi a sedere ad inizio vagone.

Perchè se scrivi sul menù a domicilio che la consegna è gratuita, miracolo per chi come me vive da solo in una città in cui già una pizza margherita costa sei euro, mi fai ordinare, riconfermandomi tra le altre cose l’offerta pizza e bibita a cinque euro, quando arriva il tuo fattorino sotto casa mia e mi citofona di euro me ne chiede otto?
Non che sia per i tre euro, eh, figuriamoci, ma non solo me ne stai facendo pagare uno per la consegna, ma anche due per una bibita che per me non era necessaria ma che facendo parte di un’offerta che mi avrebbe fatto risparmiare un euro sulla pizza, permettendomi di non cambiare una banconota da cinquanta solo per la tua stramaledettissima faccia di cazzo.
Inoltre, il giovane non aveva il resto, quindi sono dovuto uscire, cambiare i soldi ad un bar, dare i soldi al fattorino e mangiare la mia pizza fredda. Grazie mille, a mai più.

Perchè, a proposito di soldi, dopo aver cambiato una banconota da cinquanta, questa sembra liquefarsi nel mio portafoglio con una velocità tale da sembrare Flash?
Sto parlando proprio dello strano caso per il quale cambiare una banconota equivale a spenderne ogni centesimo, i soldi sembrano andare via da soli.
E neanche me ne accorgo.

Perchè le persone che mettono i film completi (evviva la pirateria!) su youtube hanno così dei gusti di merda, cinematograficamente parlando?
A parte, infatti, quei pochi titoli che valga la pena vedere, e badiamo, parlo di quattro o cinque al massimo, tutto ciò che si trova è cacca.
Ai livelli di “scusa ma ti chiamo amore”, e ci siamo capiti.

Perchè nell’esatto momento in cui voglio scaricare (aridaje!) un film, un disco o una serie tv tramite i torrent, i seeders ed i leechers sembrano aver avuto un guasto al computer, non permettendomi di vedere o sentire quello di cui ho voglia o bisogno?
Per chi non lo sapesse, un torrent è un’estensione di un programma peer2peer che permette di condividere file su internet…per chi non avesse capito, è un cosino che ti fa scaricare sul tuo computer cosini più grandi, come film, ad esempio, che altri tizi hanno messo su internet.

Perchè ogni volta che ho voglia di farmi una passeggiata comincia a piovere?

Perchè ogni volta che devo studiare pesantemente c’è il sole?

Perchè voglio il gelato in inverno e la zuppa in primavera?

Perchè quando penso al ristorante giapponese vorrei provare tutto ciò che c’è sul menù ma ogni volta ordino le stesse quattro minchiate?

Perchè quando non ho frutta in casa ho voglia di una pera e quando ce l’ho marcisce in frigo?

Ok, forse questo post non è figo come la parte prima, perchè probabilmente questi argomenti riguardano solo me, ma dio se provo fastidio.

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