Ritagli di canzoni #7: La mia barchetta ferma in mezzo al mare

Abbiamo tutti quella che Brunori chiama “quella barchetta ferma in mezzo al mare“.

È quel pensiero ricorrente che ci salva dalla quotidianità asfissiante, quel “prima o poi” che ci piace credere realizzabile, seppur in una dimensione diversa da quella attuale.
Quel viaggio che vorresti fare ma per il quale non hai mai il tempo (davvero?), quel ristorante stellato che vorresti provare – figlio della mania del Masterchef – ma che è troppo costoso, quel bene materiale effimero che vorresti possedere ma del quale, infondo, non hai bisogno.
La persona che non ha mai ricambiato il tuo sguardo, la musica che non hai mai composto, il libro che non hai mai scritto: tutto ciò che ti illudi di poter posticipare per sempre perché mettersi in gioco fa paura, rischiare è difficile, uscire dalla nostra zona di confort è follia, perché c’è la crisi, il lavoro, la famiglia, troppo poco tempo, troppo poco spazio, troppo poco tutto.

Ti ritrovi lì, dagli anni 25 agli anni X, risvegliato dal torpore, a chiederti se ce la farai mai a tuffarti.
Se avrai tanto più tempo, tanto più spazio, tanto più tutto.

Io non mi sono mai tuffato.
Ho paura di tuffarmi, di scoprire che non so nuotare, che l’acqua è troppo fredda, che risalire in barca è difficile (quando possibile), che forse, sì, da qualche parte c’è una barca più grande, uno yacht, una nave, una portaerei, un sottomarino…ma forse.
La mia barchetta è sicura, è praticamente terraferma.

Ma la terraferma sa essere soffocante, e il costo delle scelte sbagliate va oltre ogni bracciata, oltre ogni boccata d’aria.

Io ho paura di essere troppo stanco e troppo pigro per nuotare.

La mia barchetta in mezzo al mare non è univocamente riconoscibile, è volubile come me, instabile come il mio umore. Eppure se ne sta lì, e io non la disegno neanche più.
Aggiungo gocce di mare dagli occhi nei momenti peggiori, azzurro di cielo con la mente in quelli migliori.
Ma io non lo so, cosa sei.

Io non lo so se mi tufferò mai.

Io non lo so chi sono davvero.

Forse, riconoscerlo, è il passo più vicino alla scoperta. Un ditone nell’abisso per scoprire che, magari, l’acqua non è nemmeno così tanto fredda.
E tu, se stai leggendo sai che parlo di te, sei il mio unico salvagente.
I braccioli del mio alter ego bambino, mi tieni a galla mentre penso di annegare, anche quando sono il primo a volermi fare del male, anche quando sono il primo a non voler più dare bracciate.
Il nome di un fiore non può rendere giustizia al profumo della tua pelle, e per quanto rendermi felice sia una cosa complessa, e starmi accanto ancora di più, tu sai fare entrambe le cose con la delicatezza di chi lo ha già fatto mille volte… mille volte e adesso una in più.

Spero che se qualcuno leggerà queste parole, prima o poi, troverà il coraggio di fare un passo oltre la vetroresina.

Questa è, al momento, la mia barchetta ferma in mezzo al mare.

…splash!

 

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Vedo Gente

Vedo gente.

Gente che tende a rovinarsi con le proprie mani. Figli dei social network, spogliano i propri pensieri nella tristezza di una pagina bianca.
Si comportano come quattordicenni davanti alle piccole difficoltà, non ringraziano, ma con arroganza ripetono una farsa che puzza di acquitrino.

Persone che vantano una schiera di fedelissimi come se fossero cani da cibare, e poi mangiano da sole di fronte alla luce blu.

Cani, gatti, persino ratti e iguane. Tutto pur di evitare la socialità. Un animale è meglio di una persona, poco ma sicuro, ma siamo proprio sicuri non sia solo perché non può mandarci a fare in culo?

Generalizzo, anestetizzato dal fittizio travestimento da futuro di un “ora” incerto.

Cosa ti porta a toglierti la pelle per qualche stupido riconoscimento effimero?

Perché ti metti a nudo (ché non è manco ‘sto gran bello spettacolo)?

C’è chi mi chiederà di più, c’è chi passerà oltre.

Io, per oggi, passo oltre…non ne posso più di fare domande.

Non voglio stare attento, voglio essere umano.

Chiudi a chiave il portone blindato, ma apri la porta del tuo IO alla massa feroce, di Io composta, ma mutevole, corrotta e senza biasimi.
Il caso engel-prostim è una bugia bugiarda.
Sarà perché me lo sono appena inventato.

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Goffredo, il Game Boy e il deretano della Regina

 

Buongiorno, Goffredo.

Buongiorno, Sir.

Non chiamarmi “Sir”. Non siamo in Inghilterra e, cosa ancora più importante, non sono un “Sir”.

Non è lei a decidere se merita o meno l’appellativo di Sir, signore. Ma non la contraddirei mai.

Ah no? Devo essermi perso qualcosa…

E’ sempre lei a pagarmi lo stipendio, signore.

Quindi mi darai sempre ragione, da oggi in poi, per non mettere a repentaglio la tua entrata mensile?

No, signore. Il mio lavoro è quello di mantenerle la mente ordinata, non di assecondare ogni sua malsana idea, ovvero ogni bislacca reazione a ciò che la vita ha in serbo per lei.

E sentiamo, pozzo di scienza: Cos’ha in serbo per me, la vita?

Non sono un veggente, signore…solo un assistente.

Beh, sappi che non sono contento del tuo lavoro, al momento. Sai che ti stimo, ti rispetto, ma ultimamente, la mia testa è un uragano Katrina di paranoie e confusione.

Signore, con tutto il rispetto…io sono l’unico rimasto a lavorare per lei. E, se lo lasci dire, lei avrebbe bisogno di un esercito di maggiordomi per rimettere a posto tutto, di giorno in giorno. Sembra quasi le piaccia, questa confusione…

Non ti permetto di parlarmi così, Goffredo. Sono una persona integra, decisa e che sa cosa vuole.

Certo, signore. Più pulito del deretano della Regina.

Mi sembra di percepire un certo sarcasmo…

Non mi permetterei mai, signore. Io la rispetto.

Allora, se mi rispetti, visto che ti pago per questo, rimetti tutto in ordine. Oggi ho molto da fare e mi serve la mente libera.

Certo, signore.

Come fai ad essere sempre così composto?

Pensavo volesse che mi mettessi subito a lavoro.

Rispondimi, prima. E’ una questione della massima importanza.

Signore, è lei a volermi così. Altro non sono che una proiezione della sua mente.

Quindi sarei anche pazzo?

Un po’, signore. Soprattutto considerando che questo avatar che mi ha dato in dotazione, da tipico maggiordomo inglese, potrebbe in poco trasformarsi in una bestia strisciante, che lei teme, o in un Game Boy. In quel caso, la prego, non mi sprimacci troppo i tasti…è a dir poco disturbante.

A volte, Goffredo, penso tu sia una gran presa per il culo della mia mente.

A volte, signore, penso lei sia un perfetto idiota. Questo non vuol dire sia la verità.

Forse, un po’, è la verità.

Sì, signore, forse più di un po’. Le serve altro, signore?

No, sei congedato.

Fosse la verità, sarebbe una grande vittoria per la sua sanità mentale, signore. Ma parrebbe abbia ancora bisogno di me, quindi mi metto a lavoro. Buona giornata, Sir.

Buona fortuna, Goffredo. Dio sa se ne hai bisogno.

 

 

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Ripresa

Viviamo in un’accozzaglia di false fantasie di disillusi mondi inattraversabili, costruite per noi da chi vede – o finge di vedere – la realtà, e cerca di tutelarci dallo sfinimento emotivo, come una madre ansiosa e un padre geloso. Edifichiamo i nostri universi fittizi, lastricando le strade con dorati, opinabili mattoncini d’opinione, creandoci superficialmente un pensiero su tutto, senza mai conoscere davvero, senza approfondire. Ci vestiamo di gloria per delle sporche concordanze di false profilazioni digitali.

La volete sapere la verità?
No che non volete. Nessuno vuole mai, davvero.
Ci piace fingerci aperti mentalmente ad ogni critica, innocenti e vergini seppur nel contempo esperti nell’ars iuris. Giudicare ci viene bene, ci fa sentire migliori nel dolce naufragare delle nostre esistenze, sulle nostre barchette di carta, costruite grazie a quel tutorial sugli origami trovato su Youtube.
Totalmente cinici e disillusi ma col biglietto della lotteria in mano.
La verità fa schifo. Voi volete finzione, volete ascoltare solo quello che vi piace sentire, ignorando la realtà.

Superficiali, cani aggressivi e cavallucci marini, in crisi mistica da falsi miti.

Tutto è buono, tutto è bello, tutto è vero, finchè ci credi.

La cosa che più mi perplime è la continua lotta di quei poveri, piccoli, stupidi illusi, che si squarciano il cuore su un disco, o su una pagina, o su una tela.

Poveri idioti, non capite che è inutile?

.

 

.

 

.
No. Non lo capiamo.

.

 

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.

 

Idioti.

 

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Toma Halistar

Il tempo passa inesorabile, le distanze si dilatano e tornano pressochè sovrapposte in base all’umore.
Ho bisogno di un nemico che conosco, che è umano e vigile, che mi consenta di avere un bersaglio per le mie freccette.

Voglio un cielo tutto mio, un tramonto sulle montagne, delle stelle che parlino per me.

Un canto unico e senza incertezze, una voce chiara che fluttui tra i neuroni, che dica “SI!”o “NO!” con l’inequivocabile oggettività di un punto esclamativo.

Dammi un foglio di carta bianca e lo riempirò delle blasfemie che solo un cuore pieno sa esprimere.

Dammi un muro e ci farò un piatto, da cui nutrirti delle mie note.

Bevi a sorsate da me.

 

Riempimi il cuore di risate e sorrisi maliziosi, ed io sarò lì a raccogliere i frutti del tuo profumo.

Accetta il mio puzzle, parti dagli angoli, dai lati, e vai fino al centro…troverai il tuo sorriso nella composizione.

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Se vuoi essere l’oceano, sii pioggia

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Il cielo terso regala una doccia fredda, sporca e appiccicosa come le mani dopo aver toccato il vasetto di miele, riposto con noncuranza nello sportello in alto della cucina.
La doccia fredda di gocce amare regala un’epifania: siamo tutti amari e freddi come quell’acqua sporca che cade dall’alto, in cerca di una strada comoda e senza ostacoli che ci porti, tutti, velocemente o meno, a raccoglierci in una pozza di nostri simili.
Insomma, potrai anche cercare di evitare la gente per tutta una vita, ma finiamo tutti, volenti o nolenti,  a cercarci per far massa.

Se vuoi essere oceano, sii pioggia.

Una goccia d’acqua non ha potere contro un grattacielo, ma un mare… sì.

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Esercizio di riammanamento

Questo caldo sembra non voler andare via.
Un po’ come la macchia di un gelato alla fragola su una camicia di lino bianca.
Come il ricordo di chi è andato per sempre.
Per il pensiero positivo, come la meraviglia di una piccola vita che esplode in tutta la sua magnificenza, in una sala parto.
Il taglio pulsante da bottiglia di vetro spaccata al sole, la puzza di un posacenere pieno, l’estenuante giornata di riposo, la stanchezza dopo l’appagante e contopagante giornata di lavoro.

Il punto a capo.

il punto e virgola;

il punto e basta.

Esercizi di riapertura, di scrittura, di moritura attesa.

Il cielo sopra un cremino.

Sipario.

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