Se potrei, eviterebbi di scrivere questo post, ma sono un RUBICONDO

L’asta di ferro che tiene su il divano mi sta aprendo in due la schiena.

Cerco una posizione che sia comoda, stando attento a non far staccare l’alimentatore che tiene in vita il mio ex-portatile, ormai privato della sua capacità di riconoscere una batteria…il che lo rende un fisso, praticamente.

Leggendo qui e la tra i vari post dei blog che seguo, mi sono imbattuto in una riflessione di autistaxcaso (http://autistaxcaso.blogspot.com/2011/03/rievocare.html), riguardante uno sciopero dei mezzi che, a detta di qualcuno, dovesse essere “Rievocato“.

Allora, mi sono messo a riflettere sull’incapacità di molta gente non solo di scrivere in italiano corretto (riuscendo ad evitare, tra l’altro, le varie abbreviazioni da sms che possono anche andarmi bene se limitate a quel contesto – mi infastidiscono comunque, ma vabeh – ma che la gente si ostina ad utilizzare anche in ambito semi-formale a volte, su tutta la rete internet, comprendendo email, social network e, accidenti si, anche blog), ma anche a parlare la propria lingua madre.

E, se all’inizio mi limitavo nel correggere le persone che mi circondano, alla ricerca di chissà quale approvazione nell’evitare di fare il “professorino”, oggi ho imparato a fottermene beatamente di ciò che pensa la gente che mi circonda. Il problema principale è la mia salute, però…perchè mi girano gli zebedei così vertiginosamente da rischiare di prendere il volo e, in un momento di riacquisita rilassatezza, di cadere come una mela matura dall’alto ramo della frustrazione sbattendo, per una questione di fisica applicata, la faccia al suolo.

Un giorno, facendo la spesa, non riuscivo a trovare un determinato prodotto. Rivolgendomi al box informazioni, la risposta fu: “Mi dispiace, che io SAPPI non lo trattiamo”. Occhi al cielo, non tanto per la mancanza del prodotto in questione, quanto per l’errore grammaticale.

Tra i miei amici, sempre più spesso sento dire “se io AVREI…“. Per favore, uccidetemi adesso.

Ci sono i convinti che mi fanno sganasciare, quelli che, senza pudore, sbagliano la stessa parola o lo stesso tempo verbale cinque, sei volte in un discorso, rendendo la loro parte discorsiva non solo estremamente cacofonica, ma anche estremamente irritante. Ad esempio, una mia vecchia professoressa di “Discipline Turistico-Aziendali”, che si supponeva fosse ferrata in materia di viaggi, si ostinava a dire “InterpreTRE” anzichè “interprete”, e non solo, correggeva a penna rossa (da notare che si parla di scuole superiori, accidenti) chiunque scrivesse in maniera, a suo dire, errata la suddetta parola.

Poi ci sono gli indecisi, quelli che ti chiedono “se io avrei…no aspetta, se io avrebbi?”. No, brutto idiota dalla grammatica stupefacente (solo perchè sotto effetti di svariati tipi di droga). Non è difficile, AVESSI!

Un’altra categoria è quella dei “finti colti”, ossia quelli che cercano di utilizzare termini più o meno aulici all’interno di una frase, per dare un tocco di originalità e sembrare dei pozzi infiniti di cultura. Peccato che l’ultimo (o forse unico?) libro letto sia “tre metri sopra il cielo”, se di libro si possa parlare, e che non abbiano assolutamente idea di cosa voglia dire quella determinata parola. Ad esempio, l’altro giorno un mio conoscente definì una sua vecchia professoressa “lussuriosa” perchè amante del lusso.

Da linguista (cit. Perennemente Sloggata), so bene che le due parole hanno la stessa radice, luxus, nel senso di esagerazione, ma l’utilizzo italiano è totalmente diverso.

Un’altra volta invece, mi capitò di assistere, mio malgrado, ad una lite tra due amici su un autobus, dall’aria intellettualoide di moda, ossia occhiali da vista di cellulosa nera a lenti larghe, sciarpetta intorno al collo anche se fuori ci sono trenta gradi, pantalone stretto, giacchetta smunta simil-usata (comprata appositamente già in quel modo) di velluto beige o marrone e la classica borsa a tracolla di pelle, simil-usata anche quella, che dovrebbe contenere libri di Baudelaire o di altri poeti maledetti di sorta, anche se spesso ci si trova, forse, una copia del ’98 di topolino.

I due, discutevano animatamente anche se, sembrava, in maniera abbastanza scherzosa, e all’improvviso uno disse: “ma lo vedi come sei? non ti si può dire niente che ti incazzi, sei un peccatore. Non lo sai che l’ira è un peccato? Sei un RUBICONDO.” Restai allibito, non riuscendo a chiudere la bocca, ma era la mia fermata, non potevo stare imbambolato li. Scendendo, però, non riuscì a stare zitto, passai accanto a loro e dissi: “la parola che cercavi è IRACONDO, beota.”

Sorrisi mentre nei loro occhi si leggeva benissimo l’ignoranza della parola “beota”, e scesi dall’autobus.

Se avrei potuto, avrebbi evitato.

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Informazioni su ritaglidipensiero

Aspirante è la parola che mi si addice di più. Aspirante musicista, aspirante scrittore, aspirante interprete...fondamentalmente aspiro.
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7 risposte a Se potrei, eviterebbi di scrivere questo post, ma sono un RUBICONDO

  1. Hazel ha detto:

    AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH XD XD XD Oddio che scenaaaaa, avrei voluto esserci!!! XD Oddio no, scusa… Avrebbi voluto esserci! O avessi voluto? :/ Ah no, ecco ci sono, sarei voluto esserci! ù.ù
    Che amarezza mamma mia… Riesco a perdonare chi a volte sbaglia perchè magari è troppo preso dal contenuto del discorso (forse solo perchè rientro nella categoria, chi lo sa XD) ma per il resto… Nessuna pietà. Santo cielo, l’italiano è la nostra lingua…
    L’ignoranza regna proprio sovrana.
    Non è proprio un post da sabato sera però Anto. Il sabato sera non si dovrebbe essere arrabbiati con il mondo, relax 😉

    • ritaglidipensiero ha detto:

      L’ignoranza è forza…sembra davvero quello il periodo, accidenti.
      E comunque, è un post proprio da sabato sera, visto che le migliori conversazioni piene di strafalcioni le ho ascoltate proprio di fronte ai locali!

      • Hazel ha detto:

        Già, che amarezza…
        Ahahah, se la metti così allora va bene XD Basta che non erano ubriachi però… ù.ù

  2. Shunrei ha detto:

    Sfondi una porta aperta (ma forse l’avevi già intuito, visto che l’argomento è affine al mio ultimo post… e a qualcun altro che ho ancora “in fase embrionale”).
    Proprio ieri su Feissbuk m’è capitato di leggere questo: “Anche il pareggio va bene: l’importante è che non vincesse la Juve!!!”.
    Scritto da un’insegnante. Della materna, è vero, ma UN’INSEGNANTE!!!!!
    Stavo per inforcare la bici, farmi 12 km e andare a darle delle righellate sulle dita…
    Un altro lato triste della faccenda? Non parliamo di ignoranza tra bambini, ragazzini o magari anziani che hanno la licenza elementare… nella stragrande maggioranza dei casi le vaccate peggiori le sento da laureati.
    In un’altra parte di questi casi, da laureati che si guadagnano da vivere proprio con quello che scrivono…

  3. ritaglidipensiero ha detto:

    Conosco gente uscita con 100 dai licei che si vanta di aver fatto la “migliore scuola” prendendo il voto più alto…e poi non riescono a scrivere il neanche il loro nome senza fare errori. Cose assurde, davvero. Ma d’altronde, conoscendo insegnanti che sbagliano, posso affermare che non è solo colpa dei ragazzi.
    Ma è importante che non ci si fermi li, anzi, è fondamentale che la cultura venga ricercata personalmente, nel proprio tempo libero…non è la scuola a fare cultura, purtroppo.

    • Shunrei ha detto:

      Parole sante!! A me tantissime cose (anche proprio sul significato di certe parole, sulla loro derivazione ed uso, ecc…) le ha insegnate fin da piccola mio padre che ha ben (non per sua scelta, ma per necessità della famiglia)… la 5^ elementare!!
      Però ha sempre adorato leggere e s’è letto con piacere “per conto suo” tantissime opere che invece a me “è toccato studiare”, spesso controvoglia. Tant’è che (torno al mio post ma scusami, non è egocentrismo ma è solo per fare l’esempio) quando raccontai a casa la storia tricromia/tricotomia lui “c’è arrivato subito” da solo… senza aver mai studiato “ufficialmente” greco, latino o quant’altro.

      • ritaglidipensiero ha detto:

        La cultura è personale, cara, anzi, personalissima.

        Meno male che c’è gente come tuo padre, che dimostra che il non aver studiato non determina, per forza, l’ignoranza.
        La cultura è una questione di apertura mentale, prima che altro.

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