The Used – Vulnerable: Recensione traccia per traccia

Quando una band colpisce un ragazzino sedicenne dritto in faccia con la potenza di un calcio rotante Chuck Norris, quel ragazzino ne resterà segnato a vita.

Questa è la mia storia se si parla dei The Used.

Immaginate un ragazzino che, in un paesino della bassa Costa Jonica, sente un pezzo di una band sconosciuta ai più, che non solo gli fa battere il cuoricino, ma che gli mette in testa, inoltre, che potrebbe essere lui il figo che la fa conoscere ai suoi amichetti.

Poi non andò davvero così, io mi tenni per me quella scoperta, gustandomi ogni nuova e vecchia uscita di questa band che un ragazzino di sedici anni fissato con l’alternative nel periodo pre-emo, anche detto “l’età dell’oro”, avrebbe ritenuto “Fighiiissima!!1!11!!uno!”

Si, forse ero un po’ bimbominkia.

Comunque, per l’uscita dell’ultimo album, intitolato “Vulnerable”, uscito il 26 marzo, ho voluto approfittare di questo mio, ormai decadente, spazio.

C’è sempre tempo per ascoltare un buon disco…speriamo.

p.s. questa recensione è fatta di getto, a caldo, al primo ascolto dell’album, e verrà quindi pubblicata con non più di un’ora dall’ascolto effettivo, appunto.

Quindi, le stronzate sono plausibili.

i come alive:

Apertura carina, che rimanda ad un’atmosfera burtoniana, specie all’inizio ed alla fine, mentre il corpo della canzone si avvale di pezzi dubstep, il ritornello fa prendere fiato alla canzone, buttandosi quasi sul pop punk.

this fire:

I violini all’inizio sono un po’ banali, cose che sentiamo da anni in questo genere, tremendo il fatto che ricordi, per le meno nella musicalità delle strofe, i fall out boy mentre il ritornello ed il bridge cercano di appesantire la canzone…riuscendoci in parte.

hands and faces:

Quegli effetti elettronici sono terribili, rendendo la canzone una presa in giro di se stessa. Peccato. Il ritornello non è male, ma poi arriviamo su un bridge che è davvero un calcio nelle palle per chiunque abbia mai ascoltato i the used.

put me out:

L’inizio è a dir poco promettente, la batteria finalmente si impegna un po’ di più. una canzone carica, che benissimo si sposa con la voce del cantante, che segue il ritmo senza esitare. La voce effettata, nell’incipit del bridge è tremenda, ma nel complesso una canzone molto orecchiabile.

shine:

Forse la canzone più commerciale dell’album, ne prevedo infatti l’uscita come singolo. Personalmente, odio la batteria affiancata a delle drum machine elettroniche, ma è un’opinione personale. E’ la classica canzone che ascolti qualche volta, e che dopo un po’ ti stanca.

now that you’re dead:

Ritorna il carillon che abbiamo sentito nel primo pezzo, una voce di donna che parla, effetti vari…circa un minuto di roba inutile prima che il pezzo cominci effettivamente. Pezzo che però non è male, veloce, carico, con il cantante che dimostra di non essersi rammollito, che si mette ad urlare come piace a noi. Il bridge è quasi parlato, con un crescendo di urla e batteria che rendono bene il rientro sul ritornello subito dopo. Un brano non per tutti.

Give me love:

Probabilmente un altro singolo, una canzone semplice, forte di quei punti cardine che rendono una canzone del genere perfetta per il bimbominkia nutelloso che si avvicina al genere. non c’è molto da dire su questo pezzo, è tipicamente il pezzo commerciale che ogni band mette nel proprio album.

Moving on:

Ed ecco che arriva il terzo singolo, per tutti voi! Stiamo sul pop punk andante, con una linea vocale molto semplice, orecchiabile, che resta in testa. E’ tuttavia un pezzo abbastanza accettabile, per chi non è un cultore del genere, o della band, anche carino.

Forse un po’ una delusione per chi ha amato l’album precedente, un ritorno di fiamma per chi aveva adorato “In love and death”.

Getting over you:

Canzone semi-acustica, forse l’erede di “all that i’ve got”, sebbene sia difficile paragonare le due canzoni sul piano pratico. Pezzo molto lineare, commovente se vogliamo, rispecchia senza dubbio la sensibilità della band, che ci aveva già fatto versare qualche lacrimuccia nostalgica in altre situazioni.

Qualcuno si chiederà perchè, allora, questa non potrebbe essere un singolo.

A mio avviso, questo pezzo è un premio per i nostalgici che compreranno l’album, quindi non la sputtaneranno facendone un singolo.

Kiss it goodbye:

Forse il pezzo migliore dell’album, ricorda un po’ “i’m a fake”, specie sull’inizio. Si va di carica, mescolando il ritmo perfettamente con le linee vocali azzeccatissime. Qualche scelta infelice di effetti sulla voce, ma per il resto un pezzo che si lascia ascoltare, implorandoti per un secondo, un terzo, un quarto ascolto…

…alt – Che cazzo sono gli ultimi 30 secondi di questa canzone? Ma no, cazzo! Il pezzo finisce, per lo meno per me, a 2min40. E basta.

Hurt no more:

Un brano molto semplice, forse troppo. Infatti, se da un album di 12 pezzi, come è giusto che sia, tireranno fuori 4 singoli, questo è decisamente uno di questi. Al contrario di “moving on”, però, che è anche accettabile malgrado l’essenza commerciale, questo sembra quasi un po’ forzato. Banalotto.

Together Burning Bright:

Canzone di chiusura dell’album, che rappresenta a pieno gli alti e bassi del disco. E’ vocalmente molto carino, infatti Mr. McCraken ha trovato una linea molto d’effetto, de-banalizzando un pezzo che musicalmente non è il massimo dell’originalità. Molto ascoltabile. Peccato per il coro finale, che distrugge tutto quello che la voce solista era riuscita a costruire…ed ecco che si ritorna a banaleville.

Le considerazioni finali sono difficili da fare. E’ un disco che ha molti alti e bassi, con la realizzazione di pezzi che cercano di seguire l’onda che l’alternative sta prendendo adesso, cioè l’inserimento di fill elettronici ed a tratti richiamanti la dubstep che sembra spopolare (a mio avviso in modo anche parecchio sopravvalutato).

Sicuramente migliore di Artwork, l’album precedente, sebbene non di troppo.

Pochi pezzi effettivamente belli, qualche chiaro pezzo filler per riempire un album altrimenti troppo breve, ed in più la classica aggiunta di pezzi commerciali e più facilmente commerciabili.

Mi aspettavo un po’ di più, visto l’attesa che si era costruita intorno a questo disco.

Un album che dal vivo deluderà, per la presenza di arrangiamenti troppo studiati per poter funzionare durante uno show, e per le linee vocali di alcuni pezzi che, se il signor McCracken è ancora ai livelli degli album precedenti, sono troppo ardite.

Tuttavia non me la sento di bocciare questo nuovo progetto, poichè è comunque un passo avanti rispetto al precedente, sebbene non regga il confronto con “In love and death”, decisamente l’album migliore della band.

Voto: 6-

Acquisto consigliato: Si, con riserva.

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Informazioni su ritaglidipensiero

Aspirante è la parola che mi si addice di più. Aspirante musicista, aspirante scrittore, aspirante interprete...fondamentalmente aspiro.
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2 risposte a The Used – Vulnerable: Recensione traccia per traccia

  1. Luca ha detto:

    ottima recensione anche se si sente che sei( siamo ) di parte essendo vecchi fan (nostalgici) dei Used! secondo me è un disco che vuole mischiare un pò tutto quello che i ragazzi hanno fatto fin’ora…in i come alive e now that you’re dead si sentono le ambientazioni cupe di lies for the liar come nell’ultimo pezzo…in sostanza potrebbe essere un buon album ricco di autocitazioni che però non rende omogeneo il lavoro! forse il prossimo disco li potrebbe far resuscitare! ora come ora hanno solo bisogno di fare un tour con qualche band grossa e commerciale XD come è capitato ai my chemical che hanno avuto il culo di essere in tour con i blink e grazie a questo sono riusciti a salvare la faccia ( però i mychems live spaccano anche con i pezzi elettronici, bisogna vedere che faranno gli usati)

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