Ritagli di canzoni #4 – Una finestra sulla costa Jonica

Oggi, mentre ascoltavo la riproduzione casuale mattutina del mio iTunes, il buon fato elettronico ha deciso di far passare questa canzone, che conosco grazie alla Sfigantessa, vista la mia scarsa o comunque non approfondita conoscenza della musica italiana contemporanea (mea culpa d’obbligo).

Ricordo che la prima volta che mi fece sentire questo pezzo, la mia mente vagò verso sud, riportandomi alla mente, scenetta per scenetta, quanto ogni strofa della canzone fosse applicabile ad un qualsiasi paesino della mia Calabria, nonostante Carmelina parli di Catania.

Al mio poi, ci calza a pennello.

Ad esempio, capita sempre di essere al bancone del bar del centro, il classico baretto “IN”, quello dove si raccoglie la crème de la crème del paese per essere messa nei bomboloni.
La mattina di domenica c’è la fila per le paste “più buone della Locride”, dove la signora ed il signor Arrinisciutu sono sempre primi in fila, lui che continua a sbuffare e a ripetere che sono in ritardo, e lei con la finezza di un camionista ubriaco alle tre del mattino, che fino all’altroieri non sapeva manco cosa fosse la tinta dei capelli, ma che da quando il marito ha preso quel grosso appalto è sempre perfetta ed in ordine, sebbene la sua finezza deficiti anche nel vestire.

Il leopardo è sempre presente, ai piedi le Hogan, trucco pesante e orecchini che ti fanno ritrovare a chiederti se non le si possano staccare i lobi da un momento all’altro.

Per farvi un altro esempio, passando dalla piazza, trovi quelli che sono sempre la.
Non si sa nemmeno se hanno più una casa.
Ci sono i fratelli Parimai, che sono cresciuti in due diversi gruppi di amici per tutta la loro vita, ma che si ritrovano da soli ora che gli altri sono diventati “grandi” spostandosi per l’università, mentre loro sono fermi li, senza possibilità di fare nulla, forse per colpa delle loro stesse scelte sbagliate.

I fratelli Parimai sono strani.

Uno è alternativo, piercing, tatuaggi, strano taglio di capelli e tinta pastello. L’altro invece, è il classico tamarrozzo, scarpe Paciotti “Quattr’ussi” ai piedi, bomberino argentato con coniglio squartato sul cappuccio e di pastello lui ha i pantaloni. Rossi, con un maglioncino verde pisello sopra.
Ora che sono da soli, la loro diversità, che li ha divisi per tutta la vita, non conta più nulla. Stanno seduti sulla panchina della piazza, a volte parlano, ma dopo che ogni giorno stai con la stessa persona, di nuovo e di nuovo, per tutto il tempo, cominci a stare in silenzio. C’è solo un certo numero di argomenti da trattare prima di sentirsi soli anche in mezzo alla gente.

E poi c’è chi guarda.

C’è chi osserva, fa una faccia strana, come a dire “MAH!”, e appena te ne accorgi gira lo sguardo.

Giù da me c’è chi non condivide quello che fai, giù da me c’è chi ha chiuso le porte in faccia alla cultura, giù da me c’è chi non è mai uscito dalla sua zona di salvezza, quei 20/30 chilometri di diametro che formano la sua vita.

Giù da me c’è chi combatte per avere ciò che gli spetta, anche se la vita, la gente, la burocrazia sembra prenderci sempre più gusto a toglierglielo da sotto il naso.

Giù da me c’è un gruppo di ragazzi che non si vergogna di urlare la propria diversità dai canoni classici del calabresotto du paisi, che non si vergogna di dire che quello che voi, qui, su al nord, pensate o sapete di noi, è tutto solo un clichè di un secolo fa.

Giù da me ci sono imprenditori onesti che brillano come stelle in un cielo scuro, fatto di appalti truccati e di cognomi ingombranti, e nonostante questo ci si diverte a vederli umiliati e presi a bastonate dalle banche, dai comuni, dalle regioni, dallo stato.

Giù da me qualche imprenditore onesto, ha cominciato a credere che forse essere onesti non paga, mentre il crimine strappa assegni a sei zeri.

Giù da me ci sono sindaci che credono che basti organizzare una festicciola di paese al mese per farsi amare dalla cittadinanza…ci credono stupidi, forse.

Una cosa che giù da me però c’è, e non mancherà mai, è l’orgoglio.

Perchè si, io sono a Milano da quattro anni, e scendo nella mia Siderno giusto per le feste, ma ogni volta che vedo, sento, leggo di qualcuno che parla male della mia terra, divento una bestia. Una macchina costruita per sputtanare quei quattro deficienti che si sono convinti che la Calabria sia senza speranza.

L’orgoglio di vedere le lacrime negli occhi dei miei compagni quando gli faccio assaggiare la nostra ‘Nduja, l’orgoglio di ubriacarli con qualche bicchiere del nostro vino di casa.

L’orgoglio che mi porta a non nascondere il mio accento, ma a tenere stretta a me quell’inflessione che mi segna il cuore.

L’orgoglio di riconoscere chi ha il mio stesso modo di parlare, e di sentirmi tutto ad un tratto in Piazza Portosalvo anche se sono davanti al Duomo.

L’orgoglio di poter dire ai milanesi che il caffè non è cazzo loro farlo.

L’orgoglio di poter dire che io sono Calabrese anche se il mondo intero vorrebbe che io me ne vergognassi.

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Informazioni su ritaglidipensiero

Aspirante è la parola che mi si addice di più. Aspirante musicista, aspirante scrittore, aspirante interprete...fondamentalmente aspiro.
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Una risposta a Ritagli di canzoni #4 – Una finestra sulla costa Jonica

  1. Luca ha detto:

    non sono d’accordo perché tu ti stai confrontando con la vecchia e bigotta calabria, quei pochi adulti e ragazzi che sono rimasti nella loro ignoranza. ma ricorda che come te,me e antonio ci sono tanti altri ragazzi che sono scappati e che se tornassero a casa potrebbero cambiarla quella calabria che stai criticando…Quindi, secondo me, è troppo facile scappare e andare a vivere in una bella città del nord dove è già stato fatto tutto, siamo noi quelli che devono cambiare le cose.
    Io tornerò giù e quanto meno ci proverò!

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