Collare di corallo

image

Non mi importa se vuoi farmi a pezzi.
Mi importa poco o nulla se vuoi usare il mio cuore come posacenere, come portachiavi, come fibbia per legare stretta la cintura dei tuoi pensieri.

Un collare di corallo mi ha reso schiavo del tuo collo, mentre mordendolo ti lasciavo i segni.
Una prigione umida le tue labbra, sulle quali cavalcavo blaterando di libertà, in quello stesso momento negata dal loro essere così dolci, succose e tiepide.

E come un condannato a morte trova nell’orizzonte un ultimo sospiro, nella schiavitù del tuo collo e nella prigione delle tue labbra io trovo riposo; un rassegnato, controverso senso di pace eterna.

Muoio così,  sospirando al vento le parole che non ho saputo dirti o che, forse, ti ho detto troppo bene.

Annunci
Pubblicato in sfoghi e affini | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento

Sognare è un Riflesso Involontario

Non sempre guarda dove va.

Marcello si trova spesso sovrappensiero, mentre cammina per le strade di una città che, di notte, è uguale a mille altre: il silenzio rotto dai suoi passi incerti, cattivi, come a voler prendere a calci l’asfalto, mentre un ubriaco canta alla luna una serenata stonata e disinvolta. Forse qualche faro nella nebbia, forse l’ultimo tram coi freni stridenti come una risata malvagia, a prendere in giro te, che di notte sei lì a vagare, mentre le persone normali dormono, sognano.

Lui non sogna più, non dorme più. Vive nell’eterno limbo fatto di occhiaie spesse e gastrite nervosa. E’ un problema di insonnia, ovviamente, ma anche da sveglio Marcello fa una fatica enorme a sognare.
Una volta, fino a qualche mese prima a dire il vero, sognare non era così difficile. Era un riflesso involontario del proprio stato d’animo, come un sorriso o una risata, come il batticuore e come il falso senso di redenzione dopo essersi confessati.

L’insonnia, compagna di una vita, è sempre stata lì, a fasi alterne. Quando le cose non vanno per il verso giusto, una sana dormita diventa un traguardo lontano. Lui fuma venti sigarette, guarda un film, si mette comodo, prova a camminare per casa nel vano tentativo di “stancarsi” e potersi quindi godere il meritato riposo…inutile dire che nessun tentativo va a buon fine.

Inizialmente pensava che anche questa volta, come tutte le altre nei suoi ventotto anni, gli sarebbe bastato resistere per una o due settimane per poi crollare, recuperando le ore di sonno perduto in un cortissimo fine settimana, riprendendo poi i ritmi quasi umani di sempre.

Questa volta, però, era diverso.

Questa volta Gloria era andata davvero.

Pubblicato in Marcello | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

Fai come ti dico

“Che ne sarebbe stato di me?”

Marcello ha dentro di se solo interrogativi, risposte mai. Ha sempre avuto un qualche tipo di avversione per il punto esclamativo. D’altronde, chi può essere certo di qualcosa tanto da metterci un esclamativo alla fine? Uno snob, un bigotto, un cretino. Tutte quelle categorie di persone che non è mai riuscito a vedere di buon occhio…e proprio questa sua caratteristica, probabilmente, lo rende terribilmente simile a loro. Consapevole, sì, ma non disposto a cambiare…come quel prete, quello del paese di suo cugino. L’avevano beccato con una minorenne marocchina mentre se lo faceva succhiare in sacrestia. Quando parlava di integrazione e di extracomunitari tutti, in quel piccolo paese del basso Lazio ridacchiavano…ma non con la stessa malizia con cui lo fanno ora.
Marcello è fermamente convinto, e qui cade in un’altra delle sue mille contraddizioni, che faccia parte dell’essere umano tutta la storia del predicare bene e razzolare male. Tutti vorremmo che un domani, i nostri figli, imparassero dai nostri insegnamenti e non dai nostri errori.

“Lo dicono pure gli americani” – dice Marcello a Cloro, mentre sorseggiano una bionda calda che sa di piscio – “Do as I say, not as I do…devi fare come dico, non come faccio.”

Cloro lo guarda, ingolla a fatica il sorso che ha preso in bocca sopravvalutandone la capacità. Gli occhi gli si riempiono di lacrime e il naso gli pizzica, mentre una goccia di troppo gli scivola lungo il mento.

“Marce’, te devi fa vede da uno bravo. Basta co’ ‘sta filosofia, cazzo, che domani te sveji sotto’n cipresso.”

Marcello non lo sa perché continua ancora a vedere Cloro, dopo tutti questi anni. Si conobbero in un locale a Segrate, tabbozzo uno, fascio l’altro. Stavano per fare a botte, poi uno che si era messo in mezzo a dividerli le ha prese da entrambi, loro si sono divisi una bottiglia di Jack e, pouf, erano amici. Cloro lo chiamavano così per una questione riguardante una tizia che diceva di essere stata violentata nel sonno, lui invece continua a sostenere che la zoccola era ubriaca marcia e sì, lui ne ha approfittato, ma lei era sveglia tutto il tempo…la sentivano pure i vicini, dice. Le guardie gli avevano trovato del cloroformio a casa, cosa che ha reso la sua versione difficile da credere…vaglielo a spiegare che lavorava in nero per uno che incollava lastre di plexiglas nei supermercati.

“Cloro, sono vent’anni che stai a Milano e ancora parli come Totti, porca Eva.” – Marcello si strappa un dei peletti extra da un sopracciglio, mentre si specchia nella vetrina di un negozio di scarpe fallito tre anni prima.
“Ohhh, Totti un cazzo! Sono d’a Lazio…nun me lo nomina’ quel porco schifoso.”

“Ti rendi conto che il tuo accento sembra finto, vero?” – finito di strapparsi mezzo sopracciglio, si alza e prende una strada a caso.

“‘Ndo vai mo?”

“A casa, Cloro…è il momento di tornare a casa.”

Mentre cammina per le vie di una città che non riconosce più, gli occhi circondati da nere occhiaie pesanti, Marcello capisce una grande verità della vita degli anni ’10.

Se stai in una città da più di un anno e ancora non hai preso un minimo di accento locale, smettila di fare il cazzone e torna a casa o trova un altro posto a cui permetterai di inglobarti…quello non è il tuo.

Pubblicato in Marcello | Contrassegnato , , | 5 commenti

Il prurito irraggiungibile

Non so voi, ma ci sono delle volte in cui sento un prurito, e non so bene dove caspita mi devo grattare. Magari credo parta dal gomito, comincio a grattarmi e scopro che il punto preciso è poco sotto, sull’avambraccio. Allora sposto la mano, comincio a grattarmi e il prurito si sposta sì, sull’avambraccio, ma sull’interno invece che sull’esterno, dove sto grattando io.
C’è da impazzire.

È la stessa cosa quando ci si sveglia con quel malessere strano, quella luna storta, che non sappiamo spiegarci. Guardiamo fuori ed il cielo è grigio – ottimo! – arriviamo in bagno ed è finita l’acqua calda – magnifico! – ci scordiamo di mettere l’acqua nella macchinetta del caffè e BOOM! Già è tanto se non è esplosa la cucina intera.

Dai, insomma, quelle giornate di merda che tutti abbiamo.

Anche lì, non sai bene da dove arriva il tuo prurito, e passi ore e ore a cercarlo, a grattare, fino ad avere la tua stessa pelle sotto le unghie, delle striature rosse su praticamente tutto il corpo e ancora quella fastidiosa scheggia nel cervello: HO UN PRURITO.

L’unico modo per sopravvivere alla scheggia, che sia un prurito irraggiungibile o una giornata di merda è NON-PENSARCI.

Quindi mettete su un paio d’occhiali da sole, scaldate l’acqua sul fornello, per carità di Dio prendete il caffè al bar e PENSATE AD ALTRO.
Prendetevela col governo, con l’allenatore della vostra squadra di calcio che non capisce un cazzo di tattica, con i Backstreet Boys che sono tornati insieme…Non lo so, ognuno ha i suoi metodi, come per evitare l’eiaculazione precoce, ma l’importante è non pensare che state avendo una giornata di merda, perché è proprio in quel momento che il DGM (Dio delle Giornate di Merda AKA Dio dei Pruriti Irraggiungibili) vi prende alla sprovvista.

La merda attira merda, il prurito attira altro prurito e i Backstreet Boys sono la causa del male del mondo.

Pace e Pene

Pubblicato in Me medesimo. | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

Sembrava fosse pioggia ma era grandine al chilo

Appene rientrato a casa dalla spesa settimanale, poggio il sedere sul divano.
In televisione una schiera di fallimentari programma d’intrattenimento: intrattengono nulla e deprimono tutto.
Salto a pie’ pari il tg, snocciolo canali come pistacchi da aperitivo del sud, leggo fuggevolmente dei titoloni e macino alette di pollo coi denti, nervosamente alla ricerca di qualcosa che trattenga il mio pollice unticcio dal posarsi nuovamente sul telecomando.
Scrubs su Mtv, visto e stravisto ma va bene per farmi compagnia. Ingollo Peroni e sputo via le ossa ripulite al dettaglio.
Carla impazzisce per via della torta, col matrimonio a qualche puntata di distanza. Turk invece gestisce a fatica le ire del suo primario. JD ed Elliot si inseguono come sempre.

“Dovrei essere io…Se dovessi scegliere tra spassarmela con chiunque altro al mondo o rimanere a casa con te, mangiare una pizza e guardare una schifezza in TV, sappi che sceglierei sempre te.”

Intanto fuori c’è il diluvio. Tuoni, lampi, rumori di pioggia battente…una pioggia forte, pesante, un martello pneumatico nella mia testa privata dal sonno.

La mia cena è finita, e la puntata anche. Potrei accendere l’icsbocs, o guardare un film, ma scelgo il letto.
Fuori continua a piovere, con violenza le mie orecchie vengono stuprate dal continuo rimbombare di fulmini e saette.

Qualcuno pubblica foto su facebook di una grandinata a Milano.
E a Milano ci sto anche io, ma pensavo fosse pioggia.

Immagino sia questo che ti perdi…quando non guardi fuori dalla finestra, quando ti chiudi in un assordante silenzio stampa. Pensi che sia pioggia, quel rumore che senti, pensi che sia acqua. Invece è ghiaccio, che trapassa e ti ferisce, che martella la compassione di te stesso.

Se stai leggendo questo pezzo della mia quotidianità, lasciati dare un consiglio da uno sporco figlio di puttana: Ogni tanto, quando ti senti perso, guarda fuori dalla tua cazzo di finestra. Potrebbe non esserci niente di nuovo, potresti restare deluso, ma se per qualche strano motivo, io e te, abbiamo una connessione mentale delle più elementari al mondo, sarai d’accordo con me: Ti stavi per perdere uno spettacolo, forse quello più grande…la capacità di prenderti trenta secondi per te per guardare la pioggia.

Eppure come piove…eppure come viene giù…

“And though how it rains. And though how it pours”

Pubblicato in Me medesimo. | Contrassegnato , , , , , | 2 commenti

Attraverso l’universo, perso

Migliaia di parole non dette a schiantarsi, come autobus rossi strapieni di turisti grassi, sul muro di mattoni spessi come isole dell’incomprensione.

Ma niente cambierà il mio mondo.

Quintali di personaggi vaghi e a tratti fastidiosi per la loro peculiare incapacità di assumere forma precisa, risultando come le pagine di quei libri dai quali tagli le sagome per farne marionette, tratteggiati e non riempiti, se non di un immenso vuoto blu e infinito.

Ma niente cambierà il mio mondo.

Sfrontati ragazzini pieni di se, cresciuti da una madre il cui seno ancora penzola nelle fatiche dell’allattamento adolescenziale, piangenti nella loro incessante ricerca di attenzioni maestose ma finte, come i sorrisi di una moglie pubblica, come le parole di un manifesto elettorale.

Ma niente cambierà il mio mondo.

Attenti professori di quotidianità in tre atti:
Atto I: Svegliarsi con il broncio in 30 metri quadrati divisi tra quattro persone e correre a lavoro in scooter, lavandosi sotto l’incessante pioggia invernale o rabbrividendo sotto neve di plastica. Arrivare e mettere su un sorriso forzato quanto credibile e riempire di sogni la mente altrui, mentre la propria macina incubi;

Atto II: Rientrare in un buco malconcio già venduto a terzi solo per revisionare la consumistica attività di comprarne un altro, meno malconcio, meno buco. Piangere la mancanza di stimoli, il ricordo di un’infanzia giocosa e poco ortodossa ma sempre possente nella memoria;

Atto III: Consolare la moglie che da una vita soffre a vederti soffrire, ma riempendone la testa di sogni, come sei bravo a fare con tutti. Lei però conosce il giogo che fa la tua carrucola, e non si lascia sollevare, si concentra su di te, ti bacia anche seguendoti nell’incubo del sipario che cala.

Ma niente cambierà il mio mondo.

E la parte di me che ancora tiene conto, che immagazina immagini per poterle stendere su carta bianca, perchè di mio non ho nulla, solo un centinaio di buone frasi prese dalle canzoni ed una decina di personaggi da imitare, per lo più inventati da una mente più acuta della vostra, e senza alcun dubbio della mia.

Ma niente cambierà il mio mondo.

E il letto dove giaci seminuda, in preda a sofferenze e godimenti, nella disperazione di un cielo che brama la terra senza poterla toccare, e di una terra che sogna le stelle senza sapere che son già morte.

Ma niente cambierà il mio mondo.

E noi due, con la mano nella mano e intorno la bufera.

Ma niente cambierà il mio mondo.

E io, che sento la presa allentarsi, sotto la pressione degli agenti atmosferici.

Ma niente cambierà il mio mondo.

E chiedersi se soffrirò di più per la tua mano che si stacca dalla mia o per l’averti lasciata andare, involontariamente, indifesa contro la bufera.

Esattamente come me, ma io mi salverò dal vento, e una volta, di nuovo, in piedi…niente cambierà il mio mondo.

Forse solo tu.

Pubblicato in Me medesimo., Ritagli di canzoni | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento

Finali felici…e i percorsi dove li lasci?

La magia è spesso considerata una cosa da bambini.
È impossibile che oggi, un adulto sano di mente – con qualche vizietto, sì, ma nulla di preoccupante – ci possa credere, anche solo per un istante, senza sentirsi profondamente stupido.
Quei pochi che perpetuano il loro essere eternamente bimbi, che continuano a nutrire il proprio Peter Pan interiore, che imperterriti continuano nella loro costante ricerca di nient’altro che un sorriso…beh, questi esseri umani, oggi, vengono definiti poveri fessi.

Io ci volevo essere, povero fesso. Avrei voluto ardentemente continuare a vivere la mia vita con la gioia, la curiosità e la perenne capacità di sorprendersi di un bimbo. Vorrei ad ogni costo credere nella magia, nelle fiabe.
Vorrei rivedere quegli occhi sognanti, quei meravigliosi sorrisi spontanei che nascevano improvvisi, vorrei assolutamente rileggere le parole che ci descrivevano come anormali, ma sopra ogni cosa, come se fosse una fede, come se fosse un incendio.

Vorrei che le idee non cambiassero, che la vita non ci bruciasse il viso con pacche sferzanti e cattive, che l’oggigiorno non facesse dimenticare le stelle cadenti, le braccia intorno alla vita.

Vorrei essere quello che pensavate, vorrei che fossimo quello che sapevamo e che, a volte, sembriamo non essere più.

Vorrei non avere paura.

Fatemi credere nelle favole, nei finali felici, nelle piccole cose, nella condivisione di una piccola magia quotidiana, nella speranza, nella buona fede, nella felicità.

Spegnete i mozziconi se fumate in mezzo ai boschi.

Soldi da casa,

A-S

...and what about the paths that lead you there?

Pubblicato in Semi-serietà, sfoghi e affini | Contrassegnato , , | 2 commenti